Nella buona e nella cattiva sorte

Autrice: Marina Di Guardo

Genere: Thriller – Drammatico – Sentimentale

Età consigliata: 18-99 anni

Anno di pubblicazione: 2020

<<Orwell diceva che la via più rapida per porre fine a una guerra è quella di perderla. Ma tu non vuoi perdere, giusto? Quindi devi prepararti a un combattimento lungo e articolato. Io credo in te, sono sicura che ce la farai>>.

Trama:

Irene, giovane illustratrice di talento, vive da anni ostaggio del marito Gianluigi, manager geloso e violento; convinta, come tante altre vittime di violenza domestica, di meritarsi la semi-segregazione a cui lui la costringe a forza di minacce e lividi.

All’indomani dell’ennesimo litigio, grazie al sostegno di Alice – l’amica di lunga data trasferitasi prima a Roma, poi a Londra – Irene trova finalmente il coraggio di ribellarsi: mentre il marito è al lavoro, carica in macchina la loro figlia Arianna, di 9 anni e mezzo, e scappa da Milano per rifugiarsi in un piccolo paese di provincia, nella casa della sua infanzia che i genitori le hanno lasciato in eredità. Gianluigi, però, la rintraccia prima del previsto e le ordina di tornare, preannunciando ritorsioni di ogni genere. Irene sente le forze già esili cedere, ma nel paese scopre insperati alleati: un’anziana vicina di casa, un negoziante che forse ha un debole per lei, un poliziotto estremamente premuroso…

Purtroppo, inquietanti incidenti minacciano presto la serenità che sperava tanto di poter ricostruire. Irene, nonostante tutto, cerca faticosamente di rimettere insieme i cocci della sua vita … Ma fino all’ultima pagina, il destino sembra accanirsi ininterrottamente contro di lei e chiunque la circondi.

Recensione:

Quando sei bambino, consideri i tuoi genitori come un porto sicuro in cui rifugiarsi, a prescindere; peccato che, talvolta, la realtà risulti molto più complicata di come vorremmo immaginarcela. Un’infanzia serena, perlomeno nella maggioranza dei casi, è determinante per la formazione di una personalità equilibrata e consapevole, benché non esente da fragilità e difetti, come tutte: Marina Di Guardo ce lo dimostra in ogni momento, sia col suo esempio di maternità, sia con i suoi romanzi.

La memoria di Irene ha inconsciamente selezionato i ricordi migliori della sua infanzia, legati a suo padre Arduino, affettuosissimo e presente, che ha cercato in ogni modo di compensare la presenza -assenza di sua moglie, la madre di Irene, soprannominata Mistero Sara: stando a quanto raccontò una zia, si ammalò di schizofrenia subito dopo il parto; una rivelazione con cui la protagonista ha dovuto imparare a convivere, ma che non le ha impedito di provare del risentimento, consapevole e non, nei confronti di quegli occhi spenti e vuoti, di quel corpo che aveva abbandonato la sua anima altrove.       Solo da adulta, tramite Lucia, la vicina di casa che aveva sempre abitato lì anche quando c’erano i suoi, in Irene si sbloccherà una consapevolezza agghiacciante: un giorno, senza una causa scatenante né alcun moto di cattiveria, quando aveva 8 anni, sua madre Sara cercò di strangolarla; e non le bastarono le rassicurazioni del padre Arduino sul fatto che Sara non fosse in sé, in quei momenti.

Peraltro, non va tralasciato come l’infanzia di Irene cominci con l’assistere all’omicidio di una compagna di classe, Elena, contesto da cui la sua migliore amica Alice la salva prontamente.

Neanche per la figlia di Irene, Arianna, la situazione è così semplice: si ritrova, all’età di 9 anni e mezzo, in fuga da un padre violento nei confronti della madre e, all’occorrenza, anche nei suoi – stando a quel poco che abbiamo potuto intuire – ; per di più, Irene assume spesso tranquillanti anche in dosi più alte rispetto a quanto sarebbe opportuno, quindi da un certo momento in poi, sono più i momenti che trascorre dalla vicina, Lucia, piuttosto che in casa propria, con la madre.

Viene trattato, con estrema delicatezza ed efficacia, con quello stile crudo, tagliente e al contempo introspettivo ed eloquente tipico della penna di quest’autrice, il tema delle malattie mentali. Soprattutto nel caso di Irene, abbiamo modo di assistere al vortice di emozioni contradditorie che la caratterizzano, legate al sentirsi deboli, sole, fragili; al voler chiedere aiuto senza accettarlo fino in fondo, per orgoglio; al non ritenersi completamente autonome rispetto alla propria mente e, al tempo stesso, al non richiedere innanzitutto il sostegno della figura più competente in questi casi, che Lucia suggerisce, a un certo punto: uno/a psicoterapeuta, e psichiatra, se poi risultasse necessario.

Perché quando si hanno un passato e un presente così ingombranti, sfido chiunque a mantenere la lucidità; il quadro appena tratteggiato porta a pensare che Irene abbia degli scompensi, delle fragilità enormi che l’hanno portata a pensare di meritarsi di essere maltrattata, sminuita, annientata per anni.

La sofferenza che sente ogni volta in cui Arianna parla di volersi ricongiungere col padre, poi, non è da meno; ma si sforza di comprendere la sua posizione di figlia e di bambina, anche con autocritica.

Sempre questi scompensi e queste fragilità portano ad agire secondo la cieca disperazione che animerebbe qualunque essere umano in queste circostanze, anche superando certi limiti; limiti che Alice la incoraggia sempre a superare. Lei, forte, volitiva, realizzata, determinata: tutto ciò che Irene avrebbe voluto essere, forse in un’altra vita; e ciò che, in parte, condanna anche: una cinica donna in carriera che non contempla spazio per uomini, né sentimenti in generale, che non siano amicali.

Devo dire che, per quanto il corso della lettura mi abbia portata ad aspettarmi parte del finale, il resto mi ha colpita con una potenza inaudita, come spesso mi capita con i romanzi thriller e, in particolare, di questa autrice; direi proprio che lo scopo è stato raggiunto.

Valutazione: ⭐⭐⭐⭐

Elena

La figlia oscura

Autore: Elena Ferrante

Genere: Drammatico – Sentimentale

Anno di pubblicazione: 2006

Età consigliata: 18-99 anni

“Nina, quello che cercavo era un groviglio confuso di desideri e molta presunzione. Se fossi stata sfortunata avrei impiegato tutta la vita per accorgermene. Invece sono stata fortunata e ho impiegato tre anni. Tre anni e trentasei giorni”.

Mi sembrò insoddisfatta. “Com’è successo che hai deciso di tornare?

“Una mattina ho scoperto che l’unica cosa che desideravo fare veramente era sbucciare frutta facendo serpentine sotto gli occhi delle mie figlie, e allora mi sono messa a piangere”.

Recensione:

Dovete credermi: gli autori che devono misurarsi con un passato “ingombrante” dal punto di vista della fama che loro stessi si sono creati, godono della mia massima comprensione.

Va da sé, però, che non possa leggere come prima opera di Elena Ferrante la quadrilogia de “L’amica geniale”, a parer mio -e non solo mio- suo capolavoro imbattuto e imbattibile, per poi misurarmi con gli altri romanzi precedenti e successivi, senza essere colto da un pizzico piuttosto intenso di delusione e sensazioni di dejà-vu.

“I giorni dell’abbandono”, ma soprattutto “La vita bugiarda degli adulti” mi hanno lasciata non solo delusa, ma, in fin dei conti, indifferente.

Ciò nonostante, leggere “La figlia oscura” -che campeggiava nella mia libreria da un anno e mezzo- prima dell’uscita del film su Netflix era un preciso obiettivo che sono felice di aver raggiunto, anche perché ho trovato questo romanzo, benché piuttosto breve, decisamente più brillante e originale dei due sopra citati; gli statunitensi si sono affrettati per arrogarsi i diritti per questo film!

“La figlia oscura” è un pugno agrodolce nello stomaco, una delle più originali dimostrazioni dell’onestà che caratterizza questa sublime scrittrice. L’onestà riguardo alla solitudine e alla maternità scomposta, decisamente anticonvenzionale, ricca di amore in ugual misura che di frustrazione, di senso di inadeguatezza, di voglia di fuggire e al contempo di restare, ma non per i motivi, soprattutto, non attraverso i toni che caratterizzano la retorica di tante, troppe autrici contemporanee: “la frantumaglia” è qualcosa di inspiegabile e al contempo chiarissimo, e questo romanzo è un grido di dolore di chi pensa di non aver voce per esprimere le innumerevoli contraddizioni interne che, invece, sono conosciute alle più e sono proprie degli animi scomodamente, irrimediabilmente e naturalmente complessi, che sembrano scarseggiare, e invece ne siamo continuamente circondati senza rendercene conto, poiché una madre che chiede aiuto è indegna, degenere…

Se vi annoiano i trattati di psicologia sull’argomento, leggete questo romanzo.

Nutro qualche perplessità riguardo alla trasposizione cinematografica, poiché si tratta di un romanzo, oltre che breve, in gran parte basato sull’introspezione, ragion per cui presumo che il tutto si baserà sulla mimica facciale degli attori e su effetti che evochino certe sensazioni.

Valutazione: ⭐⭐⭐⭐

Elena

Il grembo paterno

Autore: Chiara Gamberale

Genere: Sentimentale – Drammatico

Anno di pubblicazione: 2021

Età consigliata: 18 – 99 anni

“Se mi hai chiesto di essere l’unica, almeno non mi devi tradire. È tremendo, sai, essere l’unica. Non ti lascia tempo, non ti lascia spazio per fare nient’altro. Neanche, che ne so, per avere un cantante preferito.”

Recensione:

A chi ha Fame. Di vita, d’amore, di attenzioni, di attenzione, di conferme, di esperienze, ma soprattutto a chi ha Fame della fame, a chi impara a conviverci.

A chi vorrebbe chiamarsi Adele come la protagonista solo per poter giustificare a sé stesso/a l’eterna Adelescenza di cui è vittima ma anche carnefice, ospite generoso, succube inconsapevole e istigatore gaudente.

A chi, come me, si trova un po’ in mezzo a tutta questa macedonia di sensazioni; perché voler riassumere un libro di Chiara Gamberale sarebbe un po’ come riassumere un essere umano, quindi giudicarlo riduttivo, banale, limitabile in schemi che, semplicemente, non appartengono alla mente di quest’autrice straordinaria nel senso letterale del termine. Più la si comprende e più si ha Fame di continuare a farlo.

Confesso che, avendo letto quasi tutti i suoi romanzi, cominciavo a trovarne alcuni un po’ ripetitivi; ma “L’isola dell’abbandono”, terzultima opera attualmente, e “Il grembo paterno” non solo mi hanno confermato che Chiara Gamberale ha ancora tanto, tantissimo da dire e da dare, ma che malgrado lei e i suoi personaggi, spesso, abbiano cercato di soffocare la vita che, prepotente e prorompente, si affacciava e chiedeva di essere lasciata entrare, sia lei che i suoi personaggi trovano sempre il modo di arrendersi, alla vita, poi di tenerne le redini, allentarle un attimo di troppo, riprendere a dirigerle con più decisione, perché sono più forti della vita e, forse, diventano più forti di quella parte di loro che li rende nemici di loro stessi, o almeno qualche volta.

Valutazione: ⭐⭐⭐⭐⭐

Elena

I giorni dell’abbandono

Autrice: Elena Ferrante

Genere: Drammatico – Sentimentale – Erotico

Anno di pubblicazione: 2001

Età consigliata: 18 – 99 anni

 

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Trama:

Da ormai 16 anni, Olga si è piacevolmente adattata alla realtà borghese della quale è parte, insieme al marito Mario, ai due figli Ilaria e Gianni e al loro cane lupo Otto. Si è impegnata per diventare la mamma e la moglie perfetta e per adattarsi alla vita torinese, molto diversa a quella a cui era stata abituata durante l’infanzia. Eppure, evidentemente al marito manca qualcosa, dal momento che decide di lasciare moglie e figli di punto in bianco, per andare a convivere con l’amante. La vita apparentemente serena e tranquilla della famiglia viene sconvolta e Olga sente mancarle la terra sotto i piedi, lasciandosi risucchiare dai fantasmi della sua infanzia napoletana, cadendo in una voragine spaventosamente infinita.

 
Recensione:

Mettersi apposta tra la vita e la morte, in bilico come un’equilibrista.

Così come nella saga de L’amica geniale in particolare e in tutte le sue opere in generale, Elena Ferrante è magistrale nel ritrarre le donne imperfette. Le donne imperfette possono essere sofferenti, senza dignità, maleducate, volgari, troppo sensibili, ingenue, ignoranti, manipolabili, manipolatrici … Ma sempre donne sono. La sua scrittura, la sua visione cerca di spingerci a non giudicarle, ma a comprenderle, o quantomeno accettarle. E a non giudicare, ma a comprendere e accettare soprattutto noi stesse. Infatti, da quando Mario, il marito di Olga, l’ha lasciata, lei si è trovata risucchiata in un vortice di sofferenza, sgomento, rabbia e rancore, dove nient’altro ha spazio e nulla ha più senso, a parte prendersi cura come meglio può dei suoi figli e del cane Otto.

Eppure, a me piace pensare che ci siano altri modi di dipingere queste donne, senza tuttavia farne delle eroine, rispetto al dolore assoluto e assolutistico in cui Olga si trova risucchiata. Potrebbe essere una donna che prova quantomeno a rialzarsi, a fare in modo che la speranza del ritorno del marito, di capire il motivo del suo abbandono, non siano il motore della sua esistenza per mesi e mesi. Non dovrei giudicarla, eppure un po’ mi viene spontaneo farlo. Essere una donna imperfetta, dunque non perfetta, non significa necessariamente trasformarsi nel proprio peggior incubo: nella fattispecie, la signora lasciata dal marito che Olga aveva conosciuto da piccola e alla quale, aveva giurato, non avrebbe mai somigliato. Prendere le distanze da ciò che sentiamo che realmente non ci rappresenta non è né un cliché, né una forma di eroismo, ma un percorso che molta gente – fortunatamente – sceglie di intraprendere. Ho sempre apprezzato molto i ritratti realistici che la Ferrante sa realizzare delle donne dei rioni popolari, figlie dei primi anni del ‘900 e dunque naturalmente ignoranti, volgari e sciatte, ad esempio Melina, che tuttavia resta un personaggio comunque presente ma marginale. Ma Olga, oltre ad essere la protagonista, è figlia di un’altra generazione, è istruita e beneducata e, fin dai primi anni di matrimonio, si è autoimposta di mantenersi fedele agli ideali di civiltà e finezza che la facevano sentire degna di quel marito così posato. Voleva allontanare da sé la realtà della Napoli in cui era cresciuta e che l’aveva circondata durante l’infanzia, ma che era inevitabilmente parte di lei.

Intendiamoci, sono stata la prima a tifare entusiasticamente per lei quando finalmente si è sfogata e ha inondato Mario di improperi, peraltro meritatissimi, perché sforzarsi di mantenere calma zen di fronte a certi ominidi, col rischio che interiormente saltino tutte le coronarie, anche no; fenomenale anche la scenata in mezzo alla strada fatta a lui e all’amante, per quanto spaventosamente animalesca.
Estendere certi sfoghi a tutte le aree della sua vita, tuttavia, lo trovo più dannoso che altro. Il tutto è acuito, poi, dal fatto che i minimi particolari della sua quotidianità vengono descritti quasi con maniacalità: una scelta che si sposa ovviamente con la ragione per cui questo libro è stato scritto, ovvero descrivere i giorni dell’abbandono, e che tuttavia a volte appesantisce il ritmo. Veniamo perciò trascinati nella sua comprensibile – eppure, a tratti, ingiustificata nonché grottesca – furia nel prendersela con gli impiegati pubblici, il sistema, i passanti; poi col disumano eppure ripetuto desiderio di far accadere qualcosa ai bambini solo per far preoccupare il marito. Insomma, dopo lunghi anni di meditata eppure eccessiva repressione, il lato più spontaneo di Olga è emerso in tutta la sua inarrestabile potenza: da quando aveva lasciato il lavoro, subito dopo il matrimonio per diventare sua moglie, la sua confidente, la sua roccia, la sua ombra, si era totalmente annullata.

Fa persino sesso col vicino di casa per ripicca verso il marito, pur provando repulsione, così come lo fece Elena con Donato Sarratore; la differenza però sta nel fatto che Elena era un’adolescente confusa, mentre Olga è un’adulta in piena regola, che dovrebbe sapere ciò che desidera e avere abbastanza maturità per rimanervi fedele. È facile identificarsi con le protagoniste de L’amica geniale, per quanto abbiano le loro particolarità. Credo invece che sia molto difficile, per la maggior parte delle donne, identificarsi con Olga; non solo con le sue azioni, bensì con molte delle sue riflessioni. È il secondo libro di Elena Ferrante che leggo, al di là della famosissima quadrilogia, eppure non riesco ad evitare di pensare che oltre a quel suo capolavoro conosciuto e amato a livello mondiale, gli altri romanzi scritti da questa autrice non abbiano praticamente nulla di notevole, se non lo stile unico che caratterizza la Ferrante. Ho provato solo molta pietà sia per Olga, che per i bambini, che per Otto in quello che si è rivelato decisamente il più duro tra i giorni dell’abbandono, ma – paradossalmente rispetto alla lentezza con cui si era trascinato – anche il più avvincente. Non sono riuscita a sentirmi così coinvolta, entusiasta, incuriosita, empatica come avrei voluto. Non sono riuscita a sentire una connessione con la protagonista, col romanzo. Niente. Peccato, spero che per voi sarà diverso.

Valutazione: ⭐⭐⭐

Livello “passionale”: ❤❤❤

 

Elena

 

Falso in bilancia: Storia di una donna che preferisce entrare in una pasticceria che in una taglia 40

Autrice: Selvaggia Lucarelli

Genere: Biografico

Anno di pubblicazione: 2019

Età consigliata: 14 – 99 anni

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“Non ho mai capito questa faccenda di colpevolizzare i golosi. Cioè, nell’anno 2019 siamo arrivati a comprendere che se uno nasce omosessuale nasce omosessuale e non è certo un vizio, ma nessuno ha ancora detto forte e chiaro che se uno nasce che c’ha fame nasce che c’ha fame”.

Recensione:

Appena terminata la lettura del libro (in due orette, scorre che è una meraviglia), come gesto liberatorio, tronfio, con una certa soddisfazione insomma, ho bevuto un bicchiere di tè al limone IPERZUCCHERATO e chiesto alla mia migliore amica se possiamo andare in quella stupenda gelateria che fa solo coppe giganti e grondanti cioccolato. Selvaggia Lucarelli non incita certo all’incorrere in obesità o altri problemi di salute; ci concede di abbracciare un po’ di sana libertà nel godere del cibo, per desiderio e amore dello stesso, anche se “il Sommo Creatore del Metabolismo con sadico, casuale cinismo distribuisce culo e dannazioni metaboliche a tutti noi prima di nascere. “Tu mangerai quel che vuoi senza ingrassare”, “Tu nascerai già chiatto di costituzione e resterai chiatto con tutte le diete del mondo” e infine: “Tu invece nascerai magro ma avrai una fame eterna e se vorrai rimanere magro dovrai resistere giorno dopo giorno, quindi tanti saluti e buona vita!” . “

Selvaggia aveva solo 12 anni quando, per la prima volta, si è confrontata con la differenza fra taglie: i pantaloncini di una compagna di scuola, Anita, semplicemente non le entravano. Sul momento non ci ha fatto caso, finché sua mamma non le ha riferito, dispiaciuta, i commenti maligni della madre di Anita sul suo aspetto fisico, sottolineando: “Dovresti dimagrire un po’, è vero, ma non è certo lei che me lo deve venire a dire”, assegnandole la porzione di lasagna più piccola di tutte, per pranzo. E qui non si tratta di bullismo, di madri paranoiche o di qualche problema più grave e complicato, ma dell’ordinaria amministrazione che è toccata a qualsiasi donna, almeno una volta nella propria vita, consapevolmente o meno, e che oggi ha un nome: bodyshaming. Una definizione che può spaventare, e che in effetti dovrebbe invitare a riflessioni più accurate i colpevoli, dietro la quale si cela un atteggiamento che è sempre stato considerato normale.

Ci rimproverano di essere troppo magre, troppo grasse, un po’ in sovrappeso, un po’ sottopeso, e persino troppo giuste. Gli uomini, oltrepassati i canonici 35/40 anni, durante i quali si sono più o meno impegnati a mantenere una forma fisica rispettabile, possono tranquillamente lasciarsi andare, far crescere la cosiddetta “panza da birra”, buttare dalla finestra l’abbonamento in palestra, rimpinzarsi tre volte a settimana con le lasagne della moglie e perdere la capacità di deambulazione, se lo desiderano. Le donne no, né negli anni ’50 e meno che mai nel 2019, quando le diete miracolose e le palestre sono ormai alla portata di tutte, così come un feed Instagram grondante di incitamenti riguardo il famoso jogging all’alba e, perché no, anche un ritocchino qua e là. “Vuoi dimagrire? Basta volerlo seriamente!” e così via. E invece no. Non basta volerlo. E se anche bastasse … Perché voler mangiare non va bene comunque? Perché preferire la pasta al forno all’insalatina dovrebbe essere un crimine? Io non mi sento una criminale.

Ma il problema non sono gli altri; o meglio, l’origine è quella, ma la risoluzione parte da noi. Non possiamo né dobbiamo chiedere a tutte le magre e/o inappetenti (vedere alla voce “Inappetenza da inserirsi tra i peccati capitali”) di diventare in carne o grasse, per farci sentire meno in colpa. Dobbiamo proprio eliminare il senso di colpa, la ragione per cui dovrebbe esisterne uno riguardante quando, quanto mangiamo e perché. Smettere di osservare tutte le amiche, tutte le donne che passano per strada, pensando: “Cavolo, che belle gambe”, “Quella peserà al massimo 45 chili”, “Questo vestito mi sta malissimo, lo sapevo, quel cucchiaino di gelato in più…”. Perché “non esiste una donna al mondo che potendo scegliere se entrare in una 42 o in una 50 sceglierebbe la 50. E riconoscerlo è un punto di partenza importante per intraprendere la lunga strada dell’accettazione. Che non significa mentire a sé stesse. Significa riconoscere la verità e volersi bene partendo da quella.”

Insomma, vi consiglio di leggere questo libro perché è ironico, autoironico, sarcastico al punto giusto, perché dice un mucchio di verità irrinunciabili e perché se, come me, siete delle irriducibili golose, vi sarà sentire comprese come mai nella vita. Grazie, Selvaggia.

Valutazione: ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

Elena

 

Mia madre non lo deve sapere

Autrice: Chiara Francini

Genere: Commedia Sentimentale

Anno di pubblicazione: 2018

Età consigliata: 17 – 99 anni

mia madre non lo deve sapere

“Quindi, cara stella, impara a scalciare soprattutto con la testa. T’aiuterà a tenertela sulle spalle.”

Trama:

I suoi due papà, Giancarlo e Angelo, hanno insegnato a Chiara che l’amore guarisce ogni ferita, allevandola a poesia e Galatine, cultura e tolleranza. Dopo che babbo Giancarlo ha lasciato per sempre lei, papà Angelo e tutta la loro variegata famiglia, tornare a vivere sembra impossibile. La crisi con Federico, per fortuna, è superata e insieme hanno eletto a loro nuovo nido il Voilà. Ma la vita è un susseguirsi di scherzi, dispetti e imprevisti, e nessun luogo può dirsi sicuro. Un giorno suona alla porta Eleonora, la mamma-non mamma di Chiara. Con sé ha un trolley e un motivo segreto per cui ha abbandonato Londra. Sembra decisa a fermarsi a Roma, ma che cosa vorrà?

Recensione:

Normalmente, accingendomi a leggere un romanzo e scontrandomi con aspetti poco chiari, inizialmente dò fiducia all’autore, aspettando di conoscere gli sviluppi successivi, perché immagino che dietro ci siano scelte ben precise, specie quando c’è un prequel da me apprezzato alle spalle. Ma in questo caso … Più andavo avanti e più la domanda che mi risuonava in testa era: “Perché? Perché un romanzo tanto pubblicizzato e decantato deve risultare un tale fail? Dove è finito lo spirito critico delle persone?”.

Delle badanti che si riuniscono al Voilà per giocare a burraco, a notte fonda, mentre Chiara e Federico sono stati pesantemente drogati da Eleonora in modo che non si sveglino? Semplicemente patetico, oltre che inquietante; il fatto che zia Gertrude si sia lasciata corrompere e coinvolgere in tutto ciò, restando impunita, è semplicemente disgustoso. Non vedo, peraltro, come vincere un torneo di burraco dovrebbe segnare il riscatto di quelle povere sfigate.

Eleonora è una mantenuta opportunista che si stabilisce nella casa della figlia di cui si è liberata alla nascita, solo perché non ha un altro posto dove andare, dato che persino il marito gay, Edward o EdVard che dir si voglia, si è stufato di usarla come copertura e soprattutto di garantirle una vita agiata, senza che lei muova un muscolo. Però, ovviamente, Eleonora dovrebbe passare come una femminista, una donna emancipata, che ha fatto lo sforzo di scalpitare un po’ contro i genitori conservatori e di atteggiarsi a figlia dei fiori per qualche anno in gioventù, sbarazzandosi di una figlia indesiderata, salvo poi diventare un’insopportabile borghese annoiata e ipocrita, piena di manie, che si ostina a guardare il prossimo dall’alto in basso, senza averne alcun diritto peraltro.

Almeno, voi direte, ci è chiaro lo stampo del personaggio. Allora, mi spieghereste perché una così dovrebbe diventare, alla fine, una mamma pentita, sensibile, riguardosa al punto da salvare l’appartamento della figlia? Pare che alla fine, infatti, zia Gertrude ed Edward avessero creato un complotto per ottenere un riavvicinamento. Credevo che l’autrice, almeno, volesse mettersi al riparo dal cliché, dal genitore che a quel punto si pente e si redime, quando il pentimento e la redenzione, per trent’anni e più, mai l’avevano sfiorata e mai l’avrebbero fatto, nella realtà. Ma qui siamo in un mondo rosa e gommoso, dove tutto è possibile e soprattutto dove Chiara, cresciuta benissimo per quasi quarant’anni senza madre, poiché i suoi due padri l’hanno sostenuta e amata meglio di quanto quell’Eleonora avrebbe mai potuto fare in cento vite, improvvisamente si rende conto che le manca una figura materna, dimenticandosi completamente di ciò che ha subìto per colpa sua.

Chiara era maturata alla fine del primo romanzo. Qui è come se fosse retrocessa, sommersa da troppe situazioni che paiono più grandi di lei, tra la madre, la casa e il lutto per il padre; ovviamente reagisce con equilibrio da manuale, autocommiserandosi senza sosta, dimenticandosi di avere un fidanzato, il povero Federico, che ha stoicamente subìto l’invasione domestica di Eleonora e una compagna ormai nevrastenica. Dapprima, oltretutto, Chiara non assimila le implicazioni psicologiche del ritorno della madre, limitandosi a mal tollerarne le strambe abitudini e la presenza costante e inopportuna. Fortuna che esiste MaraElena, il personaggio femminile più riuscito, la quale, ogni tanto, tenta di risvegliarla dal suo torpore.

I continui riferimenti eruditi, che si riuscivano a tollerare nel primo romanzo, a questo punto si sono fusi in uno stile decisamente anacronistico e pretenzioso, risultando fuori luogo, nonché pedanti. Essere persone colte significa mettere il proprio sapere a disposizione degli altri, ma con misura, se può servire per arricchire. In più punti ho faticato a concentrarmi e a capire quale fosse il nesso con la trama, spesso inesistente; non dovrebbe servire una laurea per leggere un comune romanzo, ecco.

Aggiungo una seconda stella solo in virtù di come viene descritto il dolore di Angelo per la perdita di Giancarlo, per come in qualche modo sia sempre presente; interessante, inoltre, l’excursus sui war children. Per il resto, sono parecchio perplessa.

Valutazione: ⭐️⭐️

Elena

Io, lui e altri effetti collaterali

Autrice: Giorgia Wurth

Genere: Romantico – Erotico

Anno di pubblicazione: 2019

Età consigliata: 18 – 99 anni

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Trama:

Vera è una maestra d’asilo che lotta ogni giorno con la perdita dell’amato papà e il terrore della solitudine. Crede che Alberto sia finalmente l’uomo giusto, ma quando scopre uno sporco, sporchissimo tradimento, il suo già precario equilibrio vacilla del tutto. Mia, la sua migliore amica, accasata ormai da tempo con l’ordinario e placido Herbert, cerca in ogni modo di spingerla a distrarsi, ma Vera non vuole saperne di uomini, o quasi. Nel frattempo, inizia una stramba e altalenante amicizia con il vicino di casa Ferruccio, gay, col quale non ha nulla da perdere.

Recensione:

Ci ho messo un po’ per capire questo libro e il suo spirito … Circa metà. Dopodiché, con l’evolversi della storia e della protagonista, non sono più riuscita a staccarmene.

Lo stile è del tutto nuovo, a mio avviso, non ne avevo scoperto uno simile finora. Periodi brevi e lineari, ma non banali, scorrevole ma intenso, spesso ironico e sardonico, in più punti melodrammatico e autocommiserativo, ma interessante. Leggero insomma, “ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, come diceva Italo Calvino. Eppure, Vera ne ha tanti di macigni sul cuore, che fanno male; ma non pesano mai veramente, la prosa resta sempre piacevole. Addirittura, alcuni sketch tra Vera e Mia, o tra Vera e Ferruccio (il cui nome, da solo, mi fa simpatia) mi hanno fatta morire dalle risate. Se deve tirar fuori barzellette, riferimenti o citazioni, Giorgia Wurth sceglie la via più diretta e immediata, in cui tutti possono ritrovarsi: Pierino, Inside Out … È nella semplicità che riscopriamo noi stessi, le cose di cui è fatta la vita di tutti noi.

Mia e Vera sono due donne che esulano dal cliché. Da una come Mia, self-made woman, sarcastica, cazzuta, quasi maschia, non mi sarei mai aspettata un matrimonio ventennale finito nella polvere, nella noia e nel desiderio di fuggirne, ma del quale, in fondo, sembra accontentarsi. Dalla dolce e paziente Vera, invece, potevo aspettarmi una relazione tormentata e di sottomissione con AlbertoAmmerda, ma di sicuro non gli effetti collaterali che ne seguiranno. Insomma, due amiche e colleghe apparentemente comuni, sfigate e prive di attrattiva per noi avide lettrici femministe, ci insegnano due cose importantissime: che niente è come appare e che la normalità è ok. Non serve essere supereroine per piacere agli altri, per trovare un posto nel mondo, nel nostro mondo: ognuna è speciale a suo modo. L’ideale dell’anima gemella resterà comunque importante nella vita di Vera, ma imparerà che se la trova sta meglio, ma se non c’è può vivere bene comunque, a suo modo: una donna normale, con desideri normali, tra cui quello di avere figli.

Certo, ho trovato alcune riflessioni piuttosto sessiste, ma direi che, in base a certi scorci sul passato della protagonista, l’esasperazione nei confronti del genere maschile deve aver raggiunto livelli alti. Come biasimarla. Oltretutto, il lieto fine mi è parso un po’ forzato, ma direi che Vera si meritava proprio una gioia, dopotutto.

Se devo essere totalmente onesta, la vicenda del coniglietto Angelo – benché innovativa – mi ha lasciata parecchio perplessa, specie quando, verso la fine, Vera commette un errore veramente stupido per causa sua … Poi ho pensato a quante volte veniamo giudicati dagli altri, così, spontaneamente, senza che si fermino a riflettere sulle ragioni o le circostanze che possono averci spinti ad agire in un certo modo. Tutti sbagliamo.

Mi è dispiaciuto scoprire che questo libro abbia ricevuto così tanti no, finendo nel Self Publishing … Ho visto pubblicare e pubblicizzare con entusiasmo certi orrori … Ma si sa, il mercato preferisce dar credito alla ripetitività, ancorché imbarazzante, piuttosto che alle novità: il titolo è geniale. Insomma, una lettura da ombrellone super consigliata.

Valutazione: ⭐️⭐️⭐️(⭐️)

Livello “passionale”: ♥️♥️♥️

Elena

Uno splendido errore

Autrice: Ali Novak

Traduttrice: Ilaria Ghisletti

Genere: Romantico – Drammatico

Anno di pubblicazione: 2016

Età consigliata: 11 – 18 anni

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Trama:

Jackie è una sedicenne della grande New York, appartenente ad una famiglia molto ricca ed altolocata, dunque abituata ad ogni tipo di comfort. È essenzialmente felice e soddisfatta, anche se l’accompagna il senso d’inadeguatezza verso l’adorata sorella maggiore Lucy. Tutto va in pezzi in seguito ad un incidente automobilistico, le cui vittime sono proprio Lucy e i suoi genitori. Sola, confusa e addolorata, inizialmente viene affidata allo zio Richard, poi si sconvolge ulteriormente la situazione attuale: la sua nuova tutrice sarà Katherine, amica della madre, insieme al marito George. Ciò significa che Jackie dovrà abbandonare tutto per trasferirsi in Colorado, dove vivrà con i loro 12 figli, tutti maschi a parte una. Un incubo, in pratica, per una ragazza abituata ad un collegio femminile. Oppure no?

Recensione:

Il prologo, da solo, si era già conquistato la mia totale stima, per stile e concetti espressi. A partire dalla fine di esso, da cui risultava evidente tutto il corso dell’opera, la mia ammirazione ha iniziato a vacillare pericolosamente. Ho trovato lo stile impersonale, ridondante, direi scolastico; elenca semplicemente fatti e pensieri, che sembrano una lista della spesa. I dialoghi sono ben concepiti, hanno ritmo, ma le riflessioni che li accompagnano non li supportano appropriatamente, facendo sì che perdano di valore. Questo libro non riesce a suscitare alcuna emozione nel lettore: se fosse stato strutturato in terza persona, non sarebbe cambiato nulla. L’ironia, l’intelligenza, la prontezza di spirito dell’autrice emergono raramente: mi sarei aspettata molto di meglio da una ragazza che davvero sa cosa significhi perdere un genitore, dato che l’intero romanzo è improntato su questo. Ormai, l’incidente che uccide tutta la famiglia, tranne il protagonista, sembra diventato di moda: compare in “Resta anche domani”, “La nostra promessa d’amore” e “Il caffè dei piccoli miracoli”, per citarne solo alcuni.

Detto ciò, ho apprezzato il dipinto realistico della famiglia Walter: bambini e ragazzi di tutte le età, che inizialmente sono disorientati ed ostili verso colei che sta, letteralmente, invadendo il loro territorio. Solo Will, il maggiore, è da subito gentile con Jackie, ma di fatto vive altrove, perciò la faccenda non lo riguarda minimamente: finalmente è scomparso lo stereotipo degli statunitensi sempre disponibili, affettuosi ed ospitali in qualsiasi circostanza.

Dopodiché, si è dispiegato, davanti a me, il solito, buon copione dell’ossessivo – compulsiva maniaca del controllo che adotta tali comportamenti per difendersi da questo mondo crudele, causa dei suoi incommensurabili traumi. Trova, o crede di trovare, la realizzazione di ogni suo desiderio in Alex, timido e rassicurante, siccome teme le conseguenze del propendere per Cole, il bad guy, colui che le fa provare il brivido dell’avventura, le fa scoprire i suoi lati nascosti, la mette continuamente alla prova. So che sono meno emozionanti, ma propongo una petizione per creare un romanzo in cui i bravi ragazzi non sono dei ripieghi! Per ironia della sorte, fra l’altro, quello che la usa solamente è Alex. Non si sforza nemmeno troppo di nascondere il suo rivendicare Jackie come strumento per infastidire l’ex fidanzata ed il fratello con cui l’aveva tradito, eppure la nostra sveglissima protagonista, nonostante se ne sia accorta, non commenta  in proposito: che si tratti di un loro complotto segreto per attentare all’ego di Cole? Non ci è dato saperlo, purtroppo. Tuttavia, dato lo strano triangolo, Jackie non è così biasimevole per tenere visibilmente il piede in due scarpe, né i due ragazzi hanno diritto di lamentarsene.

Valutazione: ⭐️⭐️

Livello “passionale”: ♥️♥️

Elena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Happy birthday

Autrice: Danielle Steel

Traduttore: B.M. Smiths Jacob

Genere: Romantico – Drammatico

Anno di pubblicazione: 2011

Età consigliata: 14 – 99 anni

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Trama:

Bella ed elegante, Valerie Wyatt non è solo una famosa arredatrice di interni, ma anche una vera regina di stile, con uno show in onda tutti i giorni: allora, perché si sente così infelice? Forse perché gli abiti costosi, le ore trascorse in palestra, i ritocchi chirurgici e le cure dei migliori parrucchieri di New York non possono nascondere un’innegabile verità: Valerie sta per compiere sessant’anni. E si sente terribilmente sola, proprio come sua figlia April: proprietaria di un ristorante alla moda, che assorbe tutte le sue energie, non ha tempo da dedicare agli amici o all’amore. Si ritrova così, alla vigilia del suo trentesimo compleanno, a fare un bilancio della’esistenza troppo solitaria che conduce. Ma, all’improvviso, una novità sconvolgente e un’orribile tragedia cambiano l’intera esistenza di Valerie e April, costringendole a fare i conti con gli errori del passato e con due uomini molto speciali. E insegnando loro che, a volte, basta soffiare sulle candeline ed esprimere il desiderio giusto perché i sogni si realizzino.

Recensione:

Una trama originale, fresca, a tratti spiritosa e a tratti drammatica: credo sia proprio questo mix, questa varietà ad aver reso Happy Birthday uno dei libri che ho letto più spesso.

Nei dialoghi lo stile è molto diretto, spontaneo e piacevole; peccato che non sia adeguatamente supportato da quello delle riflessioni, che ho trovato ridondante e oppressivo specie nelle parti di April e Valerie, pur essendo impostato in terza persona. Non lascia quasi spazio alle opinioni e riflessioni del lettore, nonostante il romanzo sia impostato in terza persona e a discapito dei vari temi intavolati, molto interessanti peraltro. Per non parlare poi di come tutti i membri della famiglia allargata di April siano persone straordinariamente equilibrate, mai un’accesso d’ira, mai una parola non ponderata e razionalmente condivisibile.

Durante le scene riguardanti l’attentato, invece, sono rimasta positivamente colpita: il tono è avvincente, emozionante, privo di fronzoli e la visuale offerta è ampia, tanto da conoscere la condizione e le emozioni di ogni personaggio coinvolto, senza mai perdere di vista l’argomento principale.

Valutazione: ⭐️⭐️⭐️(⭐️)

Livello “passionale”: ♥️♥️

Elena

 

Da qualche parte nel mondo

Autrice: Chiara Cecilia Santamaria

Genere: Drammatico – Sentimentale

Anno di pubblicazione: 2015

Età consigliata: 17 – 99 anni

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A quel punto non aveva capito se quello che aveva da dire era  così lungo da non poter essere spiegato a voce, o se quel loro dubitare fosse un vuoto troppo faticoso da saltare.

Trama:

Lara è esile, pallida, lo sguardo sfuggente di chi non si lascia addomesticare: ha 11 anni e la sua vita apparentemente perfetta è appena andata in frantumi per colpa del padre. Elena è forte, sorridente, due occhi nocciola che trasmettono calore. Una l’opposto dell’altra, ma diventano inseparabili da quando Elena, senza mezzi termini, si schiera dalla parte di Lara contro le maldicenze dei compagni. Accanto a lei, a modo suo, ci sarà anche Elio, proprietario dell’Assenzio – il bar in cui la madre, Adele, la lascia ogni pomeriggio mentre lavora -. Dieci anni dopo, Lara è un’annoiata studentessa di giurisprudenza che lavora con la madre nel tempo libero. L’incontro fortunato con il bello e sfuggente critico d’arte Andrés Delacroix la porterà a scegliere se restare a Roma o volare verso Londra, a studiare in una prestigiosa accademia, coronando il suo grande sogno di diventare pittrice, ma contrastando le aspettative della madre. Lara sceglierà la seconda opzione. Elena, rimastale amica, la raggiungerà mesi dopo, ma la rottura con Andrés e l’incontro con un ragazzo dolce e premuroso, Damiano, sconvolgeranno definitivamente la vita di Lara.

Recensione:

Chiara ha un modo di scrivere talmente elegante, delicato, scorrevole, al punto che trovarci qualche parolaccia di mezzo risulta innaturale. Era proprio il momento giusto della mia vita per leggere questo tipo di romanzo, che ovunque mi trovassi – in camera mia, sull’autobus, a scuola – mi ha fatta sentire a casa: l’ho trovato davvero emozionante e divorato in tre giorni; ho preso nota di molte citazioni, e solitamente quando succede così, o il libro ha solo belle frasi ad effetto ma poco contenuto, o è strepitoso nella sua interezza, come in questo caso.

Finché era preadolescente, credevo di aver capito Lara, che mi sembrava tutto fuorché stereotipata: fragile all’apparenza, ma tosta in maniera ben precisa: non piange, non fa scenate, stoicamente accetta le difficoltà, ma se serve sa difendersi con compostezza. Più avanti, si vedrà come questo atteggiamento non sia altro che una reazione alla sofferenza repressa, insieme a un certo vittimismo. Rimaneva, però, un femminismo convinto nelle proprie decisioni sentimentali, che diventa latente durante la relazione con Andrés, ma non si spegne mai davvero: a dimostrazione di ciò, la passione che continua a mettere nel propri lavoro, senza adagiarsi sugli allori. Dopodiché, l’amore, già un po’ stucchevole – ma comprensibilmente, dato che era la sua prima relazione – con Andrés, assume una forma e delle descrizioni sempre più adolescenziali quando si tratta di Damiano. Lara abbraccia poi, in toto, il proprio lato oscuro, compiendo gesti inconsulti; inoltre, il fascino da artista dannata e maledetta mi è sembrato francamente calcato, a quel punto. Insomma, da un certo punto di vista, questo libro sarebbe stato praticamente perfetto, senza uomini. Nonostante il fatto che da una protagonista mi sarei aspettata di meglio, tuttavia, le rimango affezionata per quanto sono riuscita a empatizzare con lei quando era ragazzina e, soprattutto, nel momento di indecisione se partire per Londra o restare a Roma, nel conosciuto.

L’amicizia con Elena mi è sembrata meravigliosa nel suo realismo, per circa metà del romanzo; dopodiché, mi sono posta alcuni interrogativi man mano che nel rapporto si palesavano dubbi, incertezze, rancori, e i toni diventavano sempre più cupi e denotanti malessere. Sono convintissima del fatto che il loro golden moment sia stato fino ai vent’anni circa, finché erano emblema di una relazione solidale e positiva tra donne. La crisi di Lara con Andrés, ma soprattutto l’introduzione della figura di Damiano, segnano la voragine definitiva: questo sviluppo però mi ha incuriosita, poiché ha decisamente animato il loro rapporto.

L’Assenzio come luogo di sperimentazione, accoglienza e libertà è un personaggio, in qualche modo; Elio, sia per come è stato presentato che per il suo ruolo nel romanzo, risulta davvero innovativo. Una volta inquadratolo, da una parte intuivo come si sarebbe potuto comportare in certe circostanze, dall’altra non ho mai trovato nulla di scontato in lui. Meritava di essere inserito, specie considerando la sua storia personale.

Elena ha davvero il carattere ideale, sempre solare e attenta; sembrerebbe senza difetti, ma proseguendo si capisce quanto in realtà sia insicura, quanto soffra per la disattenzione della madre e quanto il rapporto con Lara, talvolta, la esasperi. Anche i diversi e contrastanti lati del carattere di Adele, la madre di Lara, sono resi benissimo, così come l’apparenza premurosa, moderna e spensierata di Alessia Marli – madre di Elena – viene in parte smentita: un romanzo soprattutto femminile, con mia grande gioia, in cui la narratrice onnisciente, senza mai salire in cattedra, ritrae ad ampio raggio i vari aspetti dei personaggi, evitando una squallida nonché retorica stigmatizzazione dei ruoli in “la buona, la simpatica, la matrigna cattiva, l’ironico …”. Ho apprezzato, inoltre, il delinearsi del personaggio di Iride Crescenzi, benché assolutamente secondario: mi è sembrato giusto che avesse un suo spazio e una sua dignità.

Quando vengono raccontati  i dipinti di Lara – di nuovo, con soggetti femminili -, li ho immaginati davvero nella mia testa: pur non essendo una grande amante dell’arte, sono riuscita ad apprezzare questo aspetto, perché con competenza ma senza perdersi in inutili e noiosi tecnicismi, Chiara trasmette vere emozioni tramite i quadri. Le descrizioni di Roma e Londra sono delicate ma precise, tratteggiate quanto basta per entrare nell’atmosfera, mai eccessive: preferisco di gran lunga le introspezioni psicologiche e i dialoghi, dunque l’autrice ha trovato l’equilibrio perfetto. Come lei stessa ha dichiarato, ha scritto di ciò che conosceva, una scelta che spesso risulta azzeccata.

Oltre agli aspetti che ho già spiegato della caratterizzazione di Lara, ciò che mi ha delusa è stato il finale: non tanto perché sia aperto, bensì è fortemente irrisolto; a mio parere, non è certo la degna conclusione di tutto il percorso fatto fino a quel momento, né rispecchia l’immagine leale e femminista che credo dovesse emergere di Lara. Non mi addentrerò ulteriormente per evitare spoiler; in ogni caso, ciò non pregiudica la stima che ho dell’autrice per come ha condotto tutto il resto del romanzo.

Valutazione: ⭐️⭐️⭐️⭐️

Elena